lunedì 17 ottobre 2005

Lettera aperta al "pischello" di Ascoli



E pensare che solo un post fa stavamo parlando del calcio dei valori, del calcio pulito, della bella favola calcistica di Luisa che ci ha lasciati qualche giorno fa. Ed ora?
Ora, e' bastato vedere le immagini di quello che e' accaduto ad Ascoli per ripiombare nell'abisso.
Scene di ordinaria follia, un razzo lanciato in mezzo alla gente, magliette insanguinate, gente che urla, che piange. Eppure non siamo ne in Iraq, e neppure davanti all'ennesima "bravata" targata Bin Laden.
No!! Per Dio, siamo sulle gradinate di uno stadio.
Le uniche due buone notizie arrivano dalla signora di 57 anni colpita dalle schegge, che se la cavera' solo con qualche graffio e molta paura. E poi, che l'autore del gesto ed il suo complice sono stati gia' individuati e fermati.
Per il resto? Solo angoscia e sgomento. Domande del tipo: ma un lanciarazzi di quelli per barca, come cavolo puo' entrare in uno stadio? E quale logica spinge un "pischello" di 16 anni a sparare in mezzo alla folla sotto lo sguardo di un altro "pischello" di 18 anni? La risposta e' che la logica non esiste. Biglietti nominali, tolleranza zero, mille telecamere allo stadio. Va bene tutto, li abbiamo presi subito questi due dementi, va benissimo, ma dove cazzo sta la logica di questo gesto???? Dimostrazione? Voglia di emergere dal cosidetto "branco"?, una scommessa fatta con gli amici del bar?
E se questo "pischello", a 16 anni spara in mezzo ad una curva con un lanciarazzi, a 30 che fara'?
Tolleranza zero. Ne ho sentito parlare molto in questi mesi riguardo le cose da stadio. Va bene, ma che sia veramente tolleranza zero: "si presenta in questura con i suoi avvocati"?...."resta a disposizione delle autorita' nella sua abitazione, ma non c'e' arresto per la minore eta'"?....E dove sta la tolleranza zero? Quella vera, non dovrebbe farsi troppi scrupoli e quindi fregarsene che il "pischello" sia minorenne. O sbaglio? Tanto quello: delinquente e'...e delinquente rimane.
Eppure no, hai dormito nel tuo letto, magari ripensando alla tua bravata, a come hai spinto quel grilletto e soprattutto a come il "branco" ti accogliera' trionfante quando tutto sara' archiviato.
"Tanto non ho ammazzato nessuno", penserai adesso, e' vero, "pischello". Ma non e' vero!!! Tu hai ammazzato questo sport, hai ammazzato la voglia di andare allo stadio di una persona, hai ammazzato tutti quelli che hanno lavorato per mesi dietro ai vari decreti ed alle norme per la sicurezza, hai ammazzato i giocatori in campo, gli arbitri, i tifosi veri e noi giornalisti che avremmo voluto parlare di calcio giocato. Inutile girarci intorno, come la metti la metti, caro mio, sei COLPEVOLE!!!!!!

giovedì 13 ottobre 2005

Quando il tifo va oltre....Ciao Luisa




Quando il tifo va oltre la stupida violenza e tutte quelle altre situazioni che rasentano la follia, possono nascere delle storie belle, di quelle che vale la pena raccontare. Magari per riconciliarci con il mondo del pallone, o meglio con quello che gli ruota intorno. E perché no, una di quelle storie da tramandare perché siano da esempio per chi si appresta a vivere la propria condizione di tifoso……

…..C’era una volta Luisa Petrucci…e già, purtroppo bisogna cominciare al passato perché la protagonista di questa storia se n’è andata proprio questa mattina, una anonima mattina dei primi di ottobre.

…La storia è ambientata a Roma e racconta dell’amore sviscerato che una signora, ex maestra di scuola, aveva, oltre che per il prossimo, anche per la sua squadra del cuore. E quindi?

Quindi, c’era una volta Luisa Petrucci con il suo famoso ombrellino giallorosso. Già, l’ombrellino. Era la sua carta d’identità. Luisa, andata in pensione, era presente su tutti i campi di calcio dove giocava la sua Roma, fosse l’Olimpico, gli altri stadi d’Italia, sugli spalti d’Europa. Ovunque. Ed ovunque, al momento di guardare il settore romanista era impossibile non notare un ombrello. Un ombrello a spicchi gialli e rossi, sempre aperto, qualunque fossero le condizioni metereologiche. Un ombrello che veniva anche guardato dai giocatori in campo, ormai, quasi per scaramanzia.

Ma la storia non racconta solo questo, ma molto, molto di più. Tanti i ragazzi aiutati all’interno dello stadio e per i quali lei garantiva in prima persona. Tante le manifestazioni di beneficenza organizzate, dalle Uova di Pasqua per i bambini dell’orfanotrofio fino al far sovvenzionare da una intera tifoseria una delicata operazione chirurgica ad una bambina meno fortunata. Un buon rapporto con tutti, tanti amici romanisti sparsi ovunque e con i quali alla fine era bello ritrovarsi durante il ritiro della squadra prima di iniziare una nuova stagione. Ritiro che, ovviamente, era diventato la vacanza estiva preferita della nostra Luisa. Ritiro che non sarà più lo stesso senza di lei, le sue risate, i suoi spaghetti fatti al volo per qualche cronista alle prime armi che aveva saltato il pranzo per fare i collegamenti con la propria radio.

Io la conoscevo bene e sono stato fortunato a conoscerla. Ed ora?
La storia finisce qui. Anche se in breve credo di aver raccontato tutto su questa grande donna.

Luisa ci ha lasciati, eppure il lieto fine riusciamo a trovarlo lo stesso:

“Chi l’ha detto che l’ombrello non serve sopra le nuvole? Luisa lo porterà sempre con se facendo innamorare di quei colori anche qualche angelo”